Monday, April 02, 2007

Erminia Daeder


Questo di Erminia Daeder è un modo originale e intelligente di incontrare un libro. Il corsivo è mio, il carattere normale è il suo (ma poteva assere il contrario).



La distanza immedicata di Guglielmin *

La riva / I nomi

Ereditarietà, come sacco di grano da passarsi tra le mani.
Nonni, padri, figli.
Nei nomi, che anticipano le cose.
Nelle cose, quando le raggiungiamo. Se le raggiungiamo.
La cerchia degli affetti puri, la trama del senso di luce.
Il libro come totem. Come vincolo di sangue.
La consistenza del corpo precipitando ci conduce nel centro interrato della storia- senza la gravità del pensiero.
Dove comincio allora, dove ho inizio?


- La processione delle acque -


rilasci il tuo bene
liberandolo
finché muove amore
ma poi al solito chiedi pausa
persa nell’atto di imparare

C’è una sorgente che dilaga, fresca nella medicata nostalgia del ricordo.
Cerco qui, tra la pioggia di fiori, la siepe l’erba e il melo.
La Sorgue però avvolge il peso l’esatto del corpo senza mondo e poco giro d’aria intorno poco respiro.
Mi infiltro nella notte che buca dall’occhio della montagna e avvito perni indelebili – stalla lume latte da versare colmo proprio nel petto della vita – perché stabili so, per nomenclatura e diametro che amplio nel mio compasso, il profilo scosceso dei monti, la foglia ai piedi dell’acqua, il ramo d’oro.

tutto nella singolare fragranza
l’albero l’alba la chiara d’uovo
anche l’ombra se vuoi anche la buca
sfinita
da dove dico bocca prato dico salva
la via dei canti
salva la notte e il mondo
per natura mobile e culla in fondo e velo

Non mi sazia, non mi trema, dalla uguale bocca di ciò che chiamavamo amore. Non mi arresta il peso del corpo, la sua sfaldata _ precipitata caduta nel tempo.

E
solo corpo che formicola giù
non lo spiffero o l’angelo ma il becco
a picco verso il suolo l’aprirsi tuttavia
d’ogni tempo il suo farsi frutto
insieme sciabola e loto meraviglia

Cambio.

Quali suoni dissemina nostra morte, mentre accorciamo la distanza dall’origine, con il cuore, la mano e la parola, mentre proni alla riva tra il ramo e la radice nuova riva prelude a successiva onda, successivo bagliore?
Ouse. Che mi aggrappa casa.
C’è un confine. C’è un respiro sul confine. Un solo sonno confonde la madre con la figlia, dentro la casa.
Poi c’è un salto. Che mi scompare un nome di salvezza, un fertile lascito d’invocazione, sillabica, primigenia.
Intanto, punti fermi che arrestano le mie brevi inspirazioni. Leggo, mi arresto. Sento tonfi. La voce si blocca. Arrestati paratassi e ritorni lessicali. Partitura musicale che dilegua candido gocciolamento. Luce che dice di un pianto, di un ordine disteso a stantuffo. Pompa nell’acqua la teoria delle pietre, la sicura fragranza dello scivolare al fondo.

la casa. le stanze. tu che nelle stanze cerchi casa. e così tua figlia
nella culla. lei che chiude gli occhi e piange. anche tu li chiudi.
come cielo nero e volo degli storni. poi ritorni. piano. ciglia,
piano, l’iride che piange.

ancora piange ancora, la palpebra, piano, un lamento che sale
dal ventre, poi scende. la mano scende, il resto. e così dormi, se
puoi, dormi. come le sedie e il tavolo e la culla. immobili. il tuo
corpo uguale. disteso

Cambio ancora. Questa volta nella città. Lèogra.

l’innesto della lana rossa nella piazza di Alessandro
il magno passeggiare sulle cime la domenica
lo scolinare dei butti a primavera

l’elenco tutto del respiro in ogni città a piedi
con l’arteria nel verde dell’aiuola e i saluti
ovunque nelle strade

una boccata presa per sbaglio di parole
buone e strette con il favore dell’aria prima di cenare
l’anidride il piombo l’odore di gelato il perfetto

declinare dei licheni la foto nei raggi della bici
il suo paesaggio a motore con tuo figlio che accelera
e scompare

L’odore familiare d’umori reticolati. La sponda d’anfratti in porfido, la usuale remissione dei peccati, la solitaria pausa di soccorso domenicale.

Ma è nella melma, nel fango che scavo e afferro la mia pietra focaia. Nello Stige.
Maria che è gravida e senza pace, mi ammonisce.
Siamo sotto una pioggia fetida, scampiamo, vorremmo, dagli untori.
Slingua, smangia, sloga.
Sul greto a frotte aspettiamo una maternità universale, incarnazione che pesi senza dolore, che sconfini senza memoria.

oppure i passi
della camera
inclinata l’occhio
in terra a fare
musa sul bordo
bianco della cava
e
per ogni pietra
vera una felicità
di vanga come
sui fuochi le
anime in rivolta o
al lascito dei baci
la distanza immedicata


Monoliti i versi. Sotto una piova brusca.
Se parlo e dunque muoio.
Eccomi, all’origine. Cosa conosco, quali approdi o fughe o derive che siano cordoni ombelicali, quale completa fusione concepisco tra la bocca che fugge la morte e la bocca che la deride?

cos’altro chiedere a questa rupe
se non parole a capocollo e il torto
fiume che ci sgoli e donne
forti nel parto e moti e amori senza
tregua e la calma infine
d’un mare blando dove ristagni il branco
o schiumi?

Dripping. Ma di suono. Di foglia che scivola, di respiro di figlia, di covo di spighe sciolte dalla madre, di grido d’apostolo, di imperio d’angelo.

davvero dipinge, Marta
meravigliosa e molle
la sua bolla di tempo puro
involta al ramo della musica

davvero la morte allora
svapora, dai due denti
sani, dal callo sullo snodo
del braccio, dal laccio
svapora

2 comments:

Francesca Pellegrino said...

una sintonia straordinaria ....

Anonymous said...

sarà perché anche Erminia è da Taranto? :-)

gugl