Thursday, January 03, 2008

Georgiamada


Come si fa a non postare cose come queste, scoperte per caso, poco fa. Siccome sono un sentimentale (ed evidentemente anche un vanitoso), le rilancio in questo blog:



"A me Guglielmin piace un sacco, mi piace la sua faccia, nelle foto ha sempre una aria attenta e interessata all’altro e al mondo che è cosa ormai rara. Beato chi ce l’ha per professore :-). Mi dicono che sia soprattutto un grande poeta, non faccio fatica a crederci dalle poesie che ho letto in rete, ma confesso la mia abissale, per ora, ignoranza che cercherò di diminuire … Francesco (Marotta) mi consigli un suo libro (quello che ritieni migliore) per cominciare? (georgia)"



Francesco, che è sempre buono con me, le dà una risposta che mi spiazza, tanto è disarmata. Lui dirà che queste cose me le ha dette anche in privato, ma pubblicamente è un'altra cosa. Sono costantemente in debito con entrambi.

Tuesday, December 04, 2007

Stefania Roncari



Una e-mail di Stefania con "due righe" sul mio poemetto come a beato confine, che vi giro:




"Sicuramente conosci Plotino (ti piace?), io lo amo moltissimo, è molto interessante questo molteplice essente-assente (questo io che si sottrae si elimina in mille altre presenze oscure, diverse.. ) e come dice anche un mio verso: 'ogni individuazione è una perdita'... non c'è soggetto vero che non sia una fioritura molteplice di senso e direzione, come se l'io (in francese due modi per dirlo: je e moi) e tutto il processo d'individuazione (e sparizione, io aggiungo) che ne è nato, fosse pensabile solo per continuo scarto, sottrazione, dislocazione, frantumazione, non come dispersione o perdita, ma come ricchezza dei molteplici stati dell'essere (come ci ha ben spiegato René Guénon col suo straordinario saggio: Les états multiples de l'etre...)"



Devo dire che Plotino mi piace, proprio perché è forse il primo a tentare di pensare il finito in quanto tale.

Saturday, November 10, 2007

Rosa Pierno



Scrive Rosa Pierno, a proposito del libro:


"Potrebbe essere un gioco di posizione tra parole, scambiandole, infatti, cambiano valore. E’ un gioco da farsi solo quando vigono certe condizioni: “non sapere nulla cominciare tuttavia”. Non è un gioco al massacro, ma non se ne è nemmeno così distanti: “insabbiando il corpo in questa melma/ che fa grave l’amore e in te lo eterna/ diluvio/ che sforma laura che la sfalda in tanto vuoto”. E’ chiamata a testimoniare la poesia: in sua rappresentanza Beatrice, Laura, …o Maria.
È quasi un’afasia: “l’esatto del corpo senza mondo e poco giro/ d’aria intorno poco respiro”, ma dotata di una sorta di saldezza tenace: “corsa fatta per noi/ che caliamo a picco nella stessa storia/ saldi al ramo che butta senza pensiero/senza paura”. Penseremmo che poesia basta a poesia: “come da celeste bocca una parola/ che s’involi al caglio degli uomini/ è il pigolo d’anime in ribalta/ quando lei liquida sbraccia/ e crespa/ tira a sé i suoni /lontra”. Di parole sonore allora è fonte, scroscio e valanga. E senso dietro arranca. Poiché senso sempre figlia. Basta pronunciare e spiragli e spicchi d’ombra si aprono per ospitare il lettore in nuovi sonori mondi. E, dunque, convenuti a una medesima tavola si affollano personaggi e lettori: insieme condividono il poema. Vita sembra esistere solo in ieratica pronuncia, in mitica fondazione, in aperte pagine: “e niente pensiero solo trame tante cose /rapide nel volo l’intero mondo leso”. Persino una cosa così importante come la casa “è scritta nella carne, dentro. nel corpo come il volo o l’acqua, come l’amore e i figli. non pensava a tanto. e non per sempre. solo chiudere un libro, aprirne un altro”.
Nel rincorrere, nel farsi rincorrere dalle parole quasi si raggiunge una zona di sospensione: “mentre l’olmo e la rima si sfanno e così la lingua/ nella sera che in quella presa salda vicolo a torre/ la curva dell’umore ala nera morte nera”.
Nella sezione “Dripping”, la capacità di Guglielmin di immergersi nell’azione della pittura è essa stessa pura azione metamorfica. Si direbbe che lui stesso sia pittore: “una masnada di segni per aria/ tutti presi nell’impasto oppure/ di nuovo paesare l’asciutto/ e la fame d’ogni cosa rivolta”. D’altronde, la lingua non è mai lontana, segni stanno sul limitare tra immagine e testo. E il dialogo è talmente serrato che lo si distingue a fatica provenire da due fonti diverse: “giallo come il petto della serpe/ fa la lingua malata e la svolta/ d’ogni cosa che cade”. Musica, naturalmente è di fianco e fa il suo ingresso in maniera del tutto congruente: “e se resiste, lei, è per legati e presti, è per la musica/ messa in rima al corpo”. Il lettore, pienamente investito dallo scroscio, defluisce sulla corrente d’un fiume di cui non percepisce più le sponde.

in "Carte nel Vento", novembre 2007, anno IV, n.8

Thursday, October 25, 2007

Francesco Tomada


Ho conosciuto Francesco qualche giorno fa, durante la lettura al chiostro dei Frari, a Venezia. Porta l'orecchino ed è un buon padre di famiglia. Fra qualche giorno posterò in Blanc de ta nuque alcune sue poesie. E ciò non perché mi ha scritto questa bella ed umanissima e-mail, ma perché è un bravo poeta.



"caro Stefano,

ho letto e riletto i tuoi libri, e lo farò ancora. ho voglia di farti conoscere qualche impressione che mi è rimasta. io non sono un critico, anzi dico tranquillamente, e senza falsa umiltà, che ci capisco abbastanza poco della scrittura in generale. dunque la mia unica forza è essere sincero.

i tuoi libri mi hanno affascinato dandomi allo stesso tempo un'impressione di grande difficoltà per entrarci. all'inizio ho cercato di capire, forse ero troppo contratto e attento, di smontare il giocattolo. ma anche leggendo introduzioni e postfazioni ci sono riuscito molto, troppo poco. dal punto di vista della costruzione del testo e del libro sei anni-luce avanti a me, le tue parole così asciutte a volte mi pare abbiano un sottobosco che intuisco solo in piccola parte. allora ho un poco cambiato, ho cercato non di piegare le parole al loro significato, ma di inseguirlo e vedere dove portava, alla fine, alla "possibilità e destino".
io non so in che modo lavori ai testi, in che modo vorresti venissero letti e recepiti. per me davvero l'unica cosa è stata seguirli, su coordinate della mente che sono distanti dalle mie. l'effetto è stato straniante, ed al tempo stesso inatteso. una sensazione di distacco profondo dalla realtà che dovrebbe essere ed al tempo stesso una necessità profonda di comunicazione, direi di comunione. [in come a beato confine] bellissimi i versi "dove esilio e morte/ all'infanzia volgono lo sguardo/ come ad anello iniziale". mi ricorda come impatto alcuni dischi da cui semplicemente non sono riuscito a staccarmi per mesi, che senza capire perchè restavano lì a farsi riascoltare o rileggere, nel tuo caso.

adesso ho rinunciato a smontare il giocattolo, vi cerco dentro delle tracce, delle frasi, che mi facciano da indizio per capire da dove mi arriva il senso del tutto. la tua poesia mi sembra davvero "abbandonata all'aria", e dunque per molti aspetti da riprendere, ricostruire dopo essere stati colpiti.
e la sezione "dappertutto" [sempre di come a beato confine] l'ho letta decine di volte. è quella dove mi trovo forse più a mio agio, per così dire; "una lingua stesa tra due vuoti", senza a capo nè punteggiatura nè conforto alcuno a chi legge, neppure di spazi bianchi.

ecco, ci ho messo dieci giorni per scriverti dieci righe. questa è l'impressione. per parlare ancora di musica, mi ricordo anni fa, a venezia, ad uno di quei concerti oceanici con tanti gruppi. applausi, bravi, bravi. poi sono saliti sul palco i sonic youth, mezz'ora di suoni non duri ma distorti, non saprei neanche dire se impenetrabili o troppo penetranti. alla fine diecimila persone a guardarsi in faccia come a dirsi "e adesso?", adesso basta con tutto il resto, si riparte da qui.

non so se ti corrisponde o se no, se ne avrai voglia e tempo fammi sapere. se ho scritto qualcosa che ti ha dato fastidio, me ne scuso.
grazie di questo regalo

con affetto

francesco"
nella foto, scattata da Alessandro Ramberti, Francesco è il primo a sinistra, colto mentre legge. Al suo fianco Giovanni Fierro e il sottoscritto.

Monday, October 08, 2007

letture


Sabato 13 ottobre, nel pomeriggio, leggo a Verona, presso il Palazzo della Gran Guardia (davanti all'arena), in occasione del premio "Montano". Qui il dettaglio.



Domenica 14 ottobre, sempre nel pomeriggio, leggo a Venezia, nel chiostro dei Frari (campo San Polo), in occasione del "Fare Pace. 7° salone dell'editoria di Pace". Qui e qui il programma dettagliato.

Tuesday, September 25, 2007

Premi


La distanza immedicata

è giunta finalista al premio L. Montano

ed è stata segnalata al premio Campagnola

Sunday, September 16, 2007

Si dà il lampo


Si dà il lampo è una poesia recente, tra le ultime inserite nel libro. Antonella Pizzo ne ha raccolto lo spirito in questo video su Youtube.

Tuesday, September 11, 2007

Alessandro Broggi


Su licenza di Alessandro pubblico questa mail, che ha il pregio, oltretutto, di illuminare anche il suo fare poetico. Invito dunque a leggere i links.



Caro Stefano, come va?
ti scrivo per farti sapere che ho ricevuto con grande piacere una copia de La distanza immedicata. Anzi mi devo scusare con te per il ritardo con cui solo ora ti ringrazio, dovuto a un periodo (maledettamente) senza un attimo di respiro (troppi, troppi impegni presi, senza coscienza). Ho iniziato a leggere il libro, e ti confesso che... mi sta mettendo un pochino in crisi. Mi spiego, banalizzando terribilmente, ma voglio farmi subito capire: la scelta linguistica, la ricca metaforicità (scusa davvero la semplificazione), le modalità forti di emergenza del Senso - che rispecchiano in modo straordinariamente fedele, trasparente, senza residui la tua posizione teorica, le dichiarazioni più o meno dirette di poetica che ho avuto modo di leggere nei tuoi interventi di questi anni (e questa aderenza, questa coerenza, lo sai, è per me uno dei primi pregi di un autore) - de La distanza immedicata sono una dimostrazione - esemplare più di qualsiasi altra - che quanto la mia poesia va "negando" (ma questo negando è molto complesso, e come sai finalizzato a meta discorsi molto precisi [cfr. http://liberinversi.splinder.com/tag/alessandro_broggi]) è invece "ancora" (vivaddio) possibile. Questo nostro (per certi versi) situarci agli antipodi mi stimola e mi piace. Sinceramente. Mi trovo ora in un momento di sfiducia verso il linguaggio e lo stile critico tradizionale (meglio: verso una mia opportunità di utilizzo del linguaggio e dello stile critico tradizionale, cfr. l'intervento che ho scritto per Atelier nel giugno 2006 [poi ripreso, e leggibile on-line su www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm]), perciò sarà difficile che possa scrivere una recensione alla raccolta – né potrò presenziare alla presentazione di Vicenza con Fabiano, perché ho una lettura alla Casa della Poesia di Milano proprio la stessa sera - ma voglio sicuramente tenere presente nei prossimi mesi la tua raccolta, parlarne, farla circolare. Scusa l'incredibile impressionismo di questa mail da pausa pranzo ultraccelerata - ma volevo ringraziarti e farmi vivo con un feedback positivo. Fammi sapere se/quando presenterai la raccolta aMilano. Ti abbraccio, Alessandro

Wednesday, September 05, 2007

Sergio La Chiusa


Pubblico, con la sua autorizzazione, la e-mail che mi ha scritto Sergio un paio di giorni fa.


"Caro Stefano, mi ha fatto piacere la tua attenzione e la nota critica. Volevo anche dirti che avevo apprezzato molto La distanza immedicata, letto dopo la presentazione del libro a Milano. Mi aveva subito colpito la poesia d'apertura, che in pochi versi condensa tutta la storia: dall'enorme vuoto originario alle forme di vita in continua trasformazione all'agghiacciante geometria del pentagono e alla devastazione, l'agonia, con quell'ultima parola separata, bilicata nello spazio bianco della pagina, impiccata in nuovo vuoto. L'amore poi, "La distanza immedicata", per il tono e la grazia, mi era sembrato anche un complesso poema d'amore, a partire dalla dedica stessa: è come se tutti provenissimo dalla stessa enorme unità originaria, dalla successiva separazione e frammentazione e tentassimo vanamente di ricomporci, medicare la distanza, ricongiungerci nell'opposta riva. In mezzo, nel grande varco irto di asperità (anche linguistiche), l'acqua che non è mai la stessa e il linguaggio metamorfico della poesia che è il divenire stesso e nomina senza poter inchiodare definitivamente le cose, sempre spinto più in là, a lambire-nominare altro, come in caduta verso il vuoto da cui proviene. Mi erano piaciute molto le poesie della sezione Stige, con quella struttura a colonna, militaresca... Sono un po' vago, ma ti sto riportando solo alcune impressioni che ricordo di aver provato dopo la lettura. Un caro saluto. Sergio."


grazie!

Thursday, August 23, 2007

Tiziano Salari


Sul numero 9 di "Hebenon" (novembre 2007), Salari scrive, fra l'altro: "Dopo il beato confine, da attingersi dantescamente dopo aver attraversato il Lete, di cui aveva parlato in come a beato confine (2003), Guglielmin ci racconta, in questa sua ultima opera, il permanere della distanza tra noi e la verità dell’essere, la ferita che rimane aperta (immedicata) e che solo la poesia cerca, in qualche modo, di medicare. In un breve testo che precede le sette parti in cui è strutturato il libro, la poesia viene definita una specie di fermentazione del vuoto di un organismo che si sdoppia in una parte animale e in una parte umana consapevole della morte e che si accende come un effimero bagliore di luce che ci riconduce all’origine (alla madre, o al nulla da cui siamo venuti)"


un caro abbraccio a Tiziano.

Sunday, July 08, 2007

Cristina Babino


E' uscita, sulla rivista barese Incroci (n.15, gennaio - giugno 2007), la recensione di Cristina Babino al libro. Ecco alcuni passaggi:

"... Ha un candore che commuove, la poesia di Stefano Guglielmin, ha il candore pesante e struggente delle anime salve erette in mezzo alle macerie [...]
Frequenti, e finemente ammaestrati, come in un mirabile concerto per voce sola, sono i cambi di registro e tono che percorrono l’opera lungo tutto il corso. La lingua di Guglielmin è duttile, s’insinua sottile come acqua nella roccia, e insistente scava, fino a sfociare in un gorgo di complessità restituita in tutta la nobile bellezza di una rivelazione che pare palesarsi suo malgrado, e che pure in questo dispiegarsi sottovoce trova la sua forza espressiva più efficace e dilaniante. E i riferimenti letterari che innervano e come linfa nutrono i versi di Guglielmin sono dopotutto segni inequivocabili di un bagaglio meditato, fecondo e presente, ma al tempo stesso condiviso col lettore in un atto di una consapevole, generosa, matura umiltà.
E’ vero, dunque, sulle acque si può camminare. Ma solo a patto di farsi trasportare, di fluire, in silenzioso ostinato ascolto, col canto e il senso discontinuo delle cose".

Tuesday, July 03, 2007

Antonella Pizzo


Pubblico un'intensa traduzione in ragusano, fatta da Antonella Pizzo, della prima poesia della sezione Ouse.



non pensavo a tanto. a tanta cosa che lascia qui e soli. e vuole per noi altra cosa, nuova. non pensavo che a cosa aperta, qui. cuore forse, mano. o parola come cosa che ci apre qui e ci tocca. cosa che batte e sta fuori e dentro, in effetti, vibrando.

poi capita che il corpo cada, che fondi altra via, subacquea. il corpo, lascia terra per sempre. e vola, un poco. e sale. poi cede perché corpo, cosa estesa e dunque peso, ostile al nuoto e all’aria a volte. e nessuna voglia di tornare. o forse sì

a casa probabilmente. là dove casa è scritta nella carne, dentro. nel corpo come il volo o l’acqua, come l’amore e i figli. non pensava a tanto. e non per sempre. solo chiudere un libro, aprirne un altro.








Nun pinzava a tantu. a tanta cosa ca ni lassa cà e suli. e voli n’àutra cosa, nova. nun pinzava ca a na cosa raputa, cà. cori, forsi, manu. o parola comu na cosa ca si rapi cà e ni tocca. cosa ca sbatti e sta fora e dintra, muviènnusi.


appuoi capita ca si cari, s’anventa n’àutra strata, sutt’acqua, lassa a terra pi sempri. e vola, taìccia. e acciana. cari ri bbanuovu picchì è carni e pisa, cuntrària all’acqua e certi voti all’aria. E nun avi vògghia ri turnari. o forsi l’avi.


a casa forsi. dda unni casa è scritta nna carni, rintra. Nna carni comu ’n vuolu e l’aria, comu l’amuri e i figghi, nun pinzava a tantu, e no pi sempri. sulu ciùrriri nu libbru e rapìrini n’àutru.

Monday, June 11, 2007

Luigi Metropoli


E' uscita ne "La mosca di Milano", diretta da Gabriela Fantato, la recensione alla Distanza di Luigi Metropoli, l'amico Vocativo, il Bobi Bazlen della comunità blogger.


Ne riporto il principio e la fine: "La tensione conoscitiva della Distanza immedicata riveste una materia pulsante. La parola non è velo sovraimpresso alle cose, ma cellula costitutiva della creazione del mondo: ne partecipa intimamente, è «musica/ messa in rima al corpo». Il libro racconta dell'uscita della poesia dal vuoto («poesia era l'enorme/ vuoto» si legge nell'incipit), dal semantico silenzio ante-rem, per muovere i suoi passi nel mondo, nel tentativo di colmare lo iato che la separa dal «beato confine». Come il precedente Come a beato confine (Book Editore, 2003), La distanza immedicata si articola in sette sezioni entro le quali si snoda un percorso per guadagnare quei lidi «dove s'increspa la gioia». [...] Mutante per necessità, adusa a vagare in luoghi interstiziali, la poesia si dà come frammento di voce collettiva che risuona da recessi insondabili, dai margini, per aprirsi all'altro, nel suo atteggiamento interrogante: non è filiazione di un soggetto (qui il superamento di Come a beato confine), ma espressione di un essere singolare-plurale. Poesia-dono, poesia dell'aperto."


grazie!!!

Wednesday, May 23, 2007

Francesca Matteoni


Ciao Stefano, ho finalmente letto a modo La distanza immedicata, mi piaceva scriverti qualche parola. Intanto mi è piaciuto come ricrei il fiume e il movimento d'acqua che filtra, scorre, sgocciola - penso a Dripping ma anche ai testi spezzati di Stige, che immerge e mescola - nelle parole e anche visivamente nella disposizione dei testi. Si procede (volutamente) a fatica leggendo la sezione Stige, si è all'unisono drammatico e liberatorio con l'acqua impastata e materna in Ouse, la mia sezione in assoluto preferita, che ho riletto un bel po' di volte e per certe cose, che forse non solo apprezzo ma anche riconosco, mi sono pure commossa. Ti direi, così ma è una cosa personale e relativa, che per me Ofelia non ce la fa nemmeno ad amare, muore schiacciata dall'amore di cui è simbolo, prima di poter vivere la sua umanità. E' una condizione che forse si estende ad un certo tipo di donna in genere - non c'è tempo di essere, ma solo di cercare il più possibile di aderire ad un sentimento, un ruolo, un bisogno che le viene attribuito. E' qualcosa che pensavo leggendo il terzo testo di Ouse su cui mi sono fermata - questa figura di madre proiettata nella figlia e negata a se stessa. Tra le immagini "solide" mi hanno colpito moltissimo i libri che tornano, come oggetti a cui aggrapparsi: mettersi "a lato del libro", come accanto ad un compagno. E le pietre affioranti: per ogni pietra vera, dici, per ogni residuo, ogni cosa che si leviga, si pulisce e nella sua durezza si salva. Poi aggiungi "chi nella pietra cresce": pensavo al mito di Deucalione e Pirra dove i sassi lanciati dietro le spalle sono le ossa della terra; e riflettevo sui legami che superano il dolore, sono essi stessi spesso "distanze immedicabili", ma pure ciò che svetta, ciò in cui trovare conforto, come sedendosi su una pietra guardando l'acqua, nella vita. In Leogra, L'immagine del figlio con la foto tra le ruote della bicicletta è bellissima, come tutta l'infanzia misteriosa e inafferrabile, l'unico attimo in cui si vive davvero, perché non siamo nel mondo - si è il mondo. Spero di non averla fatta troppo lunga e scusa per gli errori o la poca chiarezza, scrivo di getto.


Francesca Matteoni

Sunday, May 06, 2007

Licenze Poetiche


Mercoledì 16 maggio

ore 21,30

alla

Galleria Antichi forni - piaggia della Torre

MACERATA


Giampaolo Vincenzi

presenta

La distanza immedicata



io ci sarò, e voi?

Friday, April 20, 2007

Ida Travi


PADOVA - Casa di Cristallo

via Altinate n.114/A


Giovedi 3 maggio ore 21.00

Ida Travi

presenta
la distanza immedicata


coordina Ivana Cenci

Monday, April 02, 2007

Erminia Daeder


Questo di Erminia Daeder è un modo originale e intelligente di incontrare un libro. Il corsivo è mio, il carattere normale è il suo (ma poteva assere il contrario).



La distanza immedicata di Guglielmin *

La riva / I nomi

Ereditarietà, come sacco di grano da passarsi tra le mani.
Nonni, padri, figli.
Nei nomi, che anticipano le cose.
Nelle cose, quando le raggiungiamo. Se le raggiungiamo.
La cerchia degli affetti puri, la trama del senso di luce.
Il libro come totem. Come vincolo di sangue.
La consistenza del corpo precipitando ci conduce nel centro interrato della storia- senza la gravità del pensiero.
Dove comincio allora, dove ho inizio?


- La processione delle acque -


rilasci il tuo bene
liberandolo
finché muove amore
ma poi al solito chiedi pausa
persa nell’atto di imparare

C’è una sorgente che dilaga, fresca nella medicata nostalgia del ricordo.
Cerco qui, tra la pioggia di fiori, la siepe l’erba e il melo.
La Sorgue però avvolge il peso l’esatto del corpo senza mondo e poco giro d’aria intorno poco respiro.
Mi infiltro nella notte che buca dall’occhio della montagna e avvito perni indelebili – stalla lume latte da versare colmo proprio nel petto della vita – perché stabili so, per nomenclatura e diametro che amplio nel mio compasso, il profilo scosceso dei monti, la foglia ai piedi dell’acqua, il ramo d’oro.

tutto nella singolare fragranza
l’albero l’alba la chiara d’uovo
anche l’ombra se vuoi anche la buca
sfinita
da dove dico bocca prato dico salva
la via dei canti
salva la notte e il mondo
per natura mobile e culla in fondo e velo

Non mi sazia, non mi trema, dalla uguale bocca di ciò che chiamavamo amore. Non mi arresta il peso del corpo, la sua sfaldata _ precipitata caduta nel tempo.

E
solo corpo che formicola giù
non lo spiffero o l’angelo ma il becco
a picco verso il suolo l’aprirsi tuttavia
d’ogni tempo il suo farsi frutto
insieme sciabola e loto meraviglia

Cambio.

Quali suoni dissemina nostra morte, mentre accorciamo la distanza dall’origine, con il cuore, la mano e la parola, mentre proni alla riva tra il ramo e la radice nuova riva prelude a successiva onda, successivo bagliore?
Ouse. Che mi aggrappa casa.
C’è un confine. C’è un respiro sul confine. Un solo sonno confonde la madre con la figlia, dentro la casa.
Poi c’è un salto. Che mi scompare un nome di salvezza, un fertile lascito d’invocazione, sillabica, primigenia.
Intanto, punti fermi che arrestano le mie brevi inspirazioni. Leggo, mi arresto. Sento tonfi. La voce si blocca. Arrestati paratassi e ritorni lessicali. Partitura musicale che dilegua candido gocciolamento. Luce che dice di un pianto, di un ordine disteso a stantuffo. Pompa nell’acqua la teoria delle pietre, la sicura fragranza dello scivolare al fondo.

la casa. le stanze. tu che nelle stanze cerchi casa. e così tua figlia
nella culla. lei che chiude gli occhi e piange. anche tu li chiudi.
come cielo nero e volo degli storni. poi ritorni. piano. ciglia,
piano, l’iride che piange.

ancora piange ancora, la palpebra, piano, un lamento che sale
dal ventre, poi scende. la mano scende, il resto. e così dormi, se
puoi, dormi. come le sedie e il tavolo e la culla. immobili. il tuo
corpo uguale. disteso

Cambio ancora. Questa volta nella città. Lèogra.

l’innesto della lana rossa nella piazza di Alessandro
il magno passeggiare sulle cime la domenica
lo scolinare dei butti a primavera

l’elenco tutto del respiro in ogni città a piedi
con l’arteria nel verde dell’aiuola e i saluti
ovunque nelle strade

una boccata presa per sbaglio di parole
buone e strette con il favore dell’aria prima di cenare
l’anidride il piombo l’odore di gelato il perfetto

declinare dei licheni la foto nei raggi della bici
il suo paesaggio a motore con tuo figlio che accelera
e scompare

L’odore familiare d’umori reticolati. La sponda d’anfratti in porfido, la usuale remissione dei peccati, la solitaria pausa di soccorso domenicale.

Ma è nella melma, nel fango che scavo e afferro la mia pietra focaia. Nello Stige.
Maria che è gravida e senza pace, mi ammonisce.
Siamo sotto una pioggia fetida, scampiamo, vorremmo, dagli untori.
Slingua, smangia, sloga.
Sul greto a frotte aspettiamo una maternità universale, incarnazione che pesi senza dolore, che sconfini senza memoria.

oppure i passi
della camera
inclinata l’occhio
in terra a fare
musa sul bordo
bianco della cava
e
per ogni pietra
vera una felicità
di vanga come
sui fuochi le
anime in rivolta o
al lascito dei baci
la distanza immedicata


Monoliti i versi. Sotto una piova brusca.
Se parlo e dunque muoio.
Eccomi, all’origine. Cosa conosco, quali approdi o fughe o derive che siano cordoni ombelicali, quale completa fusione concepisco tra la bocca che fugge la morte e la bocca che la deride?

cos’altro chiedere a questa rupe
se non parole a capocollo e il torto
fiume che ci sgoli e donne
forti nel parto e moti e amori senza
tregua e la calma infine
d’un mare blando dove ristagni il branco
o schiumi?

Dripping. Ma di suono. Di foglia che scivola, di respiro di figlia, di covo di spighe sciolte dalla madre, di grido d’apostolo, di imperio d’angelo.

davvero dipinge, Marta
meravigliosa e molle
la sua bolla di tempo puro
involta al ramo della musica

davvero la morte allora
svapora, dai due denti
sani, dal callo sullo snodo
del braccio, dal laccio
svapora

Saturday, March 17, 2007

Francesco Marotta


Invito gli amici ad andare a leggere su La poesia e lo Spirito quanto scrive Francesco intorno e dentro la mia poesia.
Grande lavoro, grande pensiero.
Grande grazie.

Roberto Ranieri


Vi invito a leggere la bella recensione al libro scritta da Roberto Ranieri su Cultura spettacolo Venezia, in occasione della presentazione di lunedì 19 alla libreria Mondadori, nella quale ci sarà, oltre ad Anna Lombardo, anche Fabrizio Bianchi.



Grazie di cuore.

Thursday, March 15, 2007

Anna Lombardo


Lunedì 19 marzo, ore 18,00


libreria Mondadori

(a due passi da Piazza San Marco)


Anna Lombardo

presenta

La distanza immedicata
Anna Lombardo, curatrice del volume, vive a Venezia. Laureata in Lingue e Letterature Straniere, s’interessa da anni di poesia e letteratura. Ha tradotto due Arcani del poeta statunitense Jack Hirschman. Sue poesie sono apparse in diverse riviste italiane e straniere: "Abiti e Lavoro", "Spartivento", "Arsile", "Collision n.3", "World Letter n.6", "Left Curve", "La Parete", "23 poeti per il Nicaragua", "Comunismo è", "Le voci della Luna". Ha ideato e diretto Il corpo della guerra e Il coraggio di dire di no, spettacoli multimediali; organizzato readings poetici: “Voci per”; la giornata dei “Poeti contro la guerra”; omaggio poetico a Rocco Scotellaro dal titolo Il confine cancellato. Ha tenuto readings a Cordoba (Argentina) e Valparaiso (Cile, nella casa di Neruda) nell’ agosto-settembre del 2004. Una scelta di suoi testi, dal titolo Even the fish are drunk (Anche i pesci ubriachi) è stata pubblicato negli Stati Uniti (2001), Marimbo edition. Coautrice con Antonella Barina del libro bilingue Nessun Alibi/Ninguna Coartada presentato al festival mondiale di poesia a Santiago di Cuba (2004).